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IL SENSO DI COLPA

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Il senso di colpa è una prigione interiore in cui tutti noi ci chiudiamo, ogni volta che, ritenendo di aver commesso un errore, non riusciamo a perdonarci. Il senso di colpa è rabbia che rivolgiamo contro noi stessi e, secondo Freud, era la causa dello sviluppo della maggior parte delle psicopatologie. Infatti, oltre a provocare ansia e depressione, il senso di colpa può anche influire sulla nostra capacità di avere relazioni felici impedendoci di avere successo, in quanto è alla base dei meccanismi di autosabotaggio inconscio. Non importa quanto tempo è trascorso da quando abbiamo commesso quell’errore, possiamo sentirci in colpa anche vent’anni dopo. In casi estremi, il senso di colpa può spingerci inconsciamente ad accogliere il maltrattamento da parte degli altri, ritenendo di meritarcelo. Oppure possiamo abusare di noi stessi creandoci una serie di problemi talmente tanto difficili da risolvere, tali da renderci profondamente infelici. Possiamo scoprire la causa del nostro malessere e del nostro disagio interiore, soffermandoci ad ascoltare il nostro dialogo mentale interno, (cosa stiamo dicendo a noi stessi): di cosa ci stiamo accusando o criticando?
  • “non ho fatto abbastanza”;
  • “non ho aiutato quella persona quando avrei potuto farlo”;
  • “dovevo fare meglio”;
  • “dovevo impegnarmi di più”
  • “dovevo essere gentile, bravo, buono, comprensivo, capace, sicuro di me” ecc..
Sia dunque che abbiamo omesso di fare qualcosa che avremmo dovuto fare, sia che abbiamo commesso un errore (perchè abbiamo fatto qualcosa in modo scorretto per inesperienza, o abbiamo preso una decisione sbagliata, o abbiamo danneggiato qualcuno), la cosa interessante è che abbiamo acquisito inconsapevolmente, dal nostro immaginario collettivo, la convinzione che, criticando e accusando ripetutamente e duramente sia noi stessi che gli altri, possiamo arrivare a correggere un comportamento (“come faccio a migliorare se non faccio un’autocritica?”). Siamo dunque convinti che una critica possa essere costruttiva e in qualche modo “assolverci”. Niente di più errato! La critica è infatti, per sua natura, distruttiva, aumenta solo il senso di colpa. La colpa, per essere espiata, necessita di una punizione. La punizione fa male. Nella mia esperienza, continue critiche non fanno altro che bloccare proprio in quei modelli comportamentali che diciamo di volere correggere ... e nella tua? Nichiren Daishonin, monaco buddista illuminato, vissuto in Giappone nel XII secolo, in una lettera ad un discepolo scrisse: “Quando una persona viene lodata ,non si cura del pericolo. Quando viene criticata, può incautamente causare la sua stessa rovina. Tale è la natura dei comuni mortali.” Louise Hay, counsellor, scrive nel suo saggio “Il potere è in te”: “La critica distrugge lo spirito, la lode lo edifica. Tutti cambiamo. Quando ti critichi i tuoi cambiamenti sono negativi. Quando ti approvi, I tuoi cambiamenti sono positivi”. E sempre Louise Hay afferma: “Sotto la pesante cappa del senso di colpa ci si sente sempre sbagliati. Si chiede scusa di continuo. Non ci si perdona per quello che si è fatto in passato. Si manipolano gli altri nello stesso modo in cui si è stati manipolati in passato”. IL SENSO DI COLPA COME STRUMENTO UTILE PER CAMBIARE DIREZIONE Il senso di colpa genera quel “rimorso di coscienza” che di per sè, tuttavia, non è malsano. In psicologia infatti, il rimorso di coscienza viene definito un meccanismo morale sano e funzionale. Magari siamo stati, più o meno inavvertitamente, insensibili nei confronti di qualcuno con parole o comportamenti poco gentili. Rendersene conto e sentire un rimorso di coscienza ci permette di agire per correggere l’errore, magari chiedendo scusa e, dove sia possibile, cercando di riparare al danno causato dai nostri comportamenti. Ecco dunque che diventiamo adulti responsabili, disposti ad imparare dai nostri errori: quando si sbaglia, piuttosto che difendersi o aggredire, se ne prende atto, se possibile si agisce per correggere l’errore direttamente con la persona coinvolta, e si prende anche l’impegno serio con noi stessi di non ripeterlo. Fatto questo è bene andare avanti senza pensare troppo agli errori del passato, per non rimanere rinchiusi nella propria prigione interiore. E’ importante riflettere sul fatto che siamo tutti umani. Gli errori, gli sbagli, i fallimenti fanno parte della vita, dobbiamo riconoscere questo fatto ed imparare a conviverci. Le cose non vanno sempre bene al primo tentativo, nessuno di noi fa sempre la cosa giusta e, cosa ancora più importante, l’essere umano impara sbagliando. Ogni esperienza andata male non è un fallimento, ma una preziosa opportunità per apprendere dai propri errori. Se siamo inclini al senso di colpa, è utile porci questa domanda: “dove ho imparato a credere che non devo mai sbagliare?” Se ci ripensate, scoprirete che così siete stati cresciuti. Forse uno dei vostri genitori era molto severo e non c’era mai nulla che facevate che andasse sufficientemente bene? Forse da bambini non ricevevate riconoscimenti a meno che non foste perfetti in quello che facevate? Alcune ragioni che possono indurre a diventare ipercritici nei confronti di se stessi possono essere le seguenti:
  • avere avuto dei genitori difficili che era arduo compiacere;
  • essere stati ignorati e aver cercato di ottenere approvazione con delle prestazioni superlative;
  • essersi sentiti dire che non ci si aspettava che ci saremmo riusciti;
  • avere la sensazione di dover rimediare alle mancanze dei propri genitori.
E’ utile dunque investigare gli eventi della propria vita dove abbiamo imparato a sentirci sbagliati, imparando a lasciare andare tutto quello che oggi non ci torna utile per la nostra serenità interiore. IL CASO DI MARIA Maria, una ragazza di 38 anni, dopo il divorzio dal padre di suo figlio Giovanni che allora aveva 5 anni, si era trasferita due anni in una città lontana da casa per svolgere un lavoro che riteneva le avrebbe permesso di superare il dolore della separazione per ritrovare il proprio equilibrio. Decise dunque di lasciare il figlio con I nonni che se ne sarebbero occupati. Trascorsi due anni, Maria decise di ritornare a casa per occuparsi personalmente di suo figlio, ma non riusciva ad abbandonare il senso di colpa ritenendo di averlo abbandonato per perseguire la propria felicità e soddisfazione personale. Uno degli effetti del senso di colpa fu che, nell’arco dei due anni, Maria era ingrassata eccessivamente e non riusciva a perdere peso. Maria dovette prendere in considerazione la possibilità che il suo problema di sovrappeso era connesso al suo senso di colpa. Quando riuscì a superare il senso di colpa e le autocritiche che duramente e ripetutamente si rivolgeva, riuscì anche a perdere il peso in eccesso.

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