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Metodi del pedagogista clinico

Sono protetti da marchio registrato e ben rispondono alle esigenze dell’individuo, soddisfano le motivazioni, la volontà, promuovono sollievi emotivi con risultati significativi tra le determinanti interne e le casualità. Si tratta di percorsi condotti in un clima relazionale simpatetico, momenti interattivi non prevaricanti che offrono al soggetto l’occasione di tornare a manifestarsi, a proporsi con tutti i canali di comunicazione, privilegiando le varianti attrattive e costruttive e la carica positiva e propulsiva.

Metodo: insieme dei procedimenti messi in atto per ottenere uno scopo o determinati risultati. Il metodo pedagogico è quel piano relativo a una certa attività di pensiero e di azione da compiere con uno stabilito ordine, una sequenza di operazioni che consente di raggiungere l’obiettivo prefissato, che, per quanto riguarda la persona, è quello di farle conquistare un rinnovato equilibrio, una nuova abilità e disponibilità. Una processualità che mostra, dunque, l’insostituibilità del metodo in pedagogia, specie se l’attività pedagogica è rivolta al conseguimento di un fine consapevolmente rappresentato e perseguito.

Per metodo si intende, quindi, una continuità di procedimenti e atti successivi in conformità e convenienza fra gli atti e il fine, che coincide con lo sviluppo della persona. Se la pedagogia è condotta con metodo diviene scienza in tutta l’estensione del suo principio essenziale e nella molteplicità dei suoi aspetti e delle relazioni umane che instaura. Un’incoerenza ancora marcatamente presente in merito è dovuta a quanti, da pedagogisti, sono più disposti a declamare la “missione” anziché assumere consapevolezza dell’azione educativa del metodo, escludendo dalla competenza tecnica una professione e con essa la figurazione di un’abilità di esperto, rischiando di confinare il pedagogista nelle categorie del personale generico. La polemica contro i metodi, condotta con anacronismo idealistico dagli oppositori del metodo, sostenitori di critiche infondate che naufragano nelle contraddizioni, è riuscita fino ad oggi a frenare la ricerca. La crisi del pedagogista che ne è conseguita lo vede perseguire un’educazione avvolta nei meri criteri di accoglienza e di ascolto o, peggio, utilizzare metodi e strumentari di altri professionisti perché non ne ha di propri e, nell’usarli, parlare di rieducazione e di riabilitazione come nel lessico delle professioni sanitarie. Per i pedagogisti dunque l’esigenza di strutturare metodi propri si fa sentire con urgenza; lo stesso non può dirsi per la pedagogia clinica, che sollecitata dalla necessità di una preparazione metodologica, senza indulgere, da quarant’anni si è mossa e, sulla base di esperienze concrete, ha sperimentato i metodi necessari per dare vita a una proficua azione educativa.

Il pedagogista clinico nell’affrontare i compiti educativi sviluppa i metodi con un’attività di organizzazione e di liberazione delle energie, con sforzo inventivo, con cui amplia o restringe l’orizzonte di esperienze della persona al più alto grado possibile delle sue attitudini, Un’educazione, la sua, che è un fatto di creazione e non di impiego automatico di norme e di regole secondo un procedimento prestabilito, che chiede la scelta dei mezzi, la qualità del processo e dei risultati educativi e si realizza in modo efficace con una pratica metodologica non cristallizzata in routine.

Guido Pesci, Marta Mani. Dizionario di Pedagogia Clinica, 2013, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze.

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